Quando si parla di investimenti azionari, uno dei dubbi più frequenti riguarda quali ETF scegliere per costruire un portafoglio solido e diversificato. Dopo aver visto 5 tipologie di ETF in cui NON investire, in questo articolo analizziamo sei ETF fondamentali, seguendo un approccio ragionato: non una lista della spesa, ma un percorso che spiega pro e contro di ciascuna scelta, con l’obiettivo di fornire una bussola utile a chi vuole investire con consapevolezza.
ETF Market Cap Weighted: da dove partire
Il focus di questa prima parte riguarda gli ETF market cap weighted, cioè quelli che replicano indici pesati per capitalizzazione di mercato. Si tratta degli strumenti più diffusi e utilizzati dagli investitori di tutto il mondo.
Questi ETF permettono di replicare la performance di interi mercati assegnando un peso maggiore alle aziende con capitalizzazione più elevata. È un approccio semplice, immediato e soprattutto scalabile, che si presta bene sia a chi muove i primi passi, sia a chi desidera un’esposizione ampia e diversificata.
ETF Globali: semplicità e immediatezza
Quando si inizia a costruire un portafoglio azionario con gli ETF, la prima domanda è quasi sempre la stessa: meglio puntare su un unico strumento ad accumulo che copra tutto il mondo oppure comporre il portafoglio con più ETF dedicati a singole aree geografiche? Entrambe le strade hanno senso e dipendono molto dall’approccio che si vuole seguire. Da una parte c’è la massima semplicità, con un solo ETF che replica l’intero mercato globale; dall’altra c’è la possibilità di intervenire più nel dettaglio, decidendo quanto peso dare agli Stati Uniti, all’Europa o ai mercati emergenti. Vediamo quindi più da vicino queste due alternative.
Un solo ETF per il mondo intero
Il primo approccio consiste nell’utilizzare un ETF globale.
Le due principali famiglie di indici sono:
- FTSE All World
- MSCI World o MSCI ACWI
Entrambi consentono di investire nelle principali economie mondiali, con un’esposizione che riflette la capitalizzazione delle aziende.
Il grande punto di forza di un ETF globale è la sua estrema semplicità: con un unico strumento hai accesso a migliaia di aziende in tutto il mondo, senza dover comporre manualmente la tua asset allocation. Questo significa che, già con un investimento minimo, ottieni una diversificazione davvero ampia. Anche dal punto di vista dei costi operativi può essere una soluzione molto efficiente: comprando e gestendo un solo ETF si riducono infatti le spese di negoziazione e, in alcuni casi, si può persino attivare un piano di accumulo (PAC) a costo zero, grazie alle convenzioni che alcuni intermediari offrono su questi strumenti.
Naturalmente, questa strada non è priva di limiti. La principale criticità è la mancanza di personalizzazione geografica: il portafoglio riflette automaticamente i pesi dei mercati globali, il che porta a una forte esposizione agli Stati Uniti, che oggi rappresentano oltre la metà del mercato mondiale. In pratica, anche se il tuo obiettivo è avere un portafoglio “globale”, ti ritrovi con una parte molto rilevante concentrata sulle big tech americane e, di conseguenza, esposto anche al rischio cambio legato al dollaro.
La strategia multi-ETF: costruire la propria allocazione geografica
Un’alternativa al “tutto in uno” è comporre il portafoglio con più ETF geografici.
Questo approccio permette di modulare i pesi delle aree del mondo in base a preferenze o valutazioni di mercato.
Il caso degli Stati Uniti: valutazioni elevate
Quando si investe in un ETF globale bisogna essere consapevoli di un dato importante: gli Stati Uniti da soli rappresentano oltre il 60% dell’indice. Questo significa che, anche senza volerlo, la maggior parte del capitale finirà concentrata sulle aziende americane.
Da un lato non è un male, perché gli Stati Uniti ospitano le multinazionali più innovative e solide al mondo, aziende che hanno dimostrato di saper generare utili costanti e di guidare l’economia globale. Pensa a colossi come Apple, Microsoft, Nvidia o Alphabet: da sole hanno un peso enorme e hanno trascinato i mercati negli ultimi anni.
Dall’altro lato, però, questa concentrazione porta con sé due rischi. Il primo è evidente: gran parte dell’andamento del tuo portafoglio dipenderà da poche società e da un unico Paese. Se queste aziende rallentano o se l’economia americana affronta una fase difficile, l’impatto potrebbe essere significativo.
Il secondo riguarda le valutazioni di mercato. Secondo i dati della JP Morgan Guide to Markets di giugno 2025, il forward P/E dell’S&P 500 è ben al di sopra della media degli ultimi 30 anni. In altre parole, oggi le azioni americane sono più “care” rispetto al loro passato. Questo non significa che siamo di fronte a una bolla destinata a scoppiare, ma implica che per giustificare i prezzi attuali sarà necessaria una crescita degli utili particolarmente robusta. In pratica, una parte delle aspettative future è già incorporata nei prezzi.
Una possibile suddivisione
Per evitare di avere tutto il portafoglio sbilanciato sugli Stati Uniti, molti investitori scelgono un approccio a più ETF, in modo da bilanciare meglio i pesi geografici. Un esempio semplice e facilmente replicabile è questo:
- Un ETF sull’S&P 500, che mantiene l’esposizione al mercato americano.
- Un ETF MSCI World ex USA, che raccoglie i Paesi sviluppati al di fuori degli Stati Uniti (Europa, Giappone, Canada, Australia, ecc.).
- Un ETF sui mercati emergenti, per includere economie in crescita come Cina, India o Brasile.
Questa combinazione non elimina del tutto il peso americano, ma permette di dare più spazio anche ad altre aree del mondo e di diversificare il rischio valutario. In sostanza, si mantiene la logica di un portafoglio globale, ma con una distribuzione più equilibrata e meno dipendente dall’andamento di Wall Street.
L’Home Bias e l’Eurozona
Un altro concetto chiave da tenere presente quando si costruisce un portafoglio azionario è quello dell’home bias, cioè la tendenza degli investitori a sovrappesare il proprio mercato domestico rispetto al peso che avrebbe in un portafoglio veramente globale. È un comportamento molto comune, quasi istintivo: si tende a investire dove si vive, nelle aziende che si conoscono meglio e nella valuta in cui si risparmia e si spende.
Perché evitare l’home bias estremo
Il problema nasce quando questo comportamento diventa eccessivo. Molti investitori italiani, ad esempio, hanno portafogli pieni di azioni italiane, spesso le stesse grandi società bancarie o energetiche. Eppure il mercato italiano pesa meno del 2% all’interno di un indice globale: in pratica è un frammento minuscolo. Concentrarsi troppo su questo piccolo segmento significa esporsi a rischi elevati, sia in termini di volatilità, sia in termini di mancanza di diversificazione settoriale. In altre parole, il portafoglio diventa fragile, legato a doppio filo all’andamento di un’unica economia nazionale.
Perché un po’ di home bias può aiutare
Detto questo, non bisogna pensare che l’home bias sia sempre e solo un difetto. Alcuni studi – tra cui analisi condotte da Vanguard – mostrano che una certa quota di azioni domestiche può avere effetti positivi. Per esempio, aumentare l’esposizione alla valuta locale riduce l’impatto delle oscillazioni del cambio, e questo si traduce in una minore volatilità del portafoglio complessivo. È un beneficio che si è osservato chiaramente negli Stati Uniti, in Canada o in Australia, mercati grandi e relativamente stabili.
Il discorso cambia se guardiamo all’Eurozona: storicamente, l’area euro ha mostrato una volatilità più alta rispetto ad altre regioni. Questo significa che i vantaggi dell’home bias sono stati meno evidenti. Tuttavia, resta valido il ragionamento sulla valuta: per un investitore che guadagna e spende in euro, avere almeno una parte del portafoglio investita in strumenti denominati in euro può essere una protezione naturale contro i rischi di cambio.
Per questo, includere un ETF sull’Eurozona può avere senso, non come unica scelta ma come parte di una costruzione bilanciata. Non si tratta di rinunciare alla diversificazione internazionale, bensì di trovare un equilibrio tra globale e locale: abbastanza internazionale da cogliere le opportunità di crescita in tutto il mondo, ma anche sufficientemente domestico da proteggersi da sorprese valutarie o geopolitiche.
Conclusione
In questa prima parte abbiamo visto:
- L’approccio con ETF globali: semplice ma concentrato sugli USA.
- L’approccio con più ETF geografici: più flessibile, ma più complesso da gestire.
- Il ruolo dell’home bias e l’utilità di valutare un’esposizione all’Eurozona.
Tieni presente che comunque la scelta migliore dipende sempre dal profilo dell’investitore, dagli obiettivi di lungo periodo e dalla capacità di mantenere un metodo costante nel tempo.
Non perderti la seconda parte per scoprire tutto quello che manca su questo argomento!
FAQ - 6 ETF essenziali per un portafoglio azionario
Meglio un ETF globale o più ETF geografici?
Un ETF globale è più semplice e adatto a chi cerca massima diversificazione con un solo strumento. Una combinazione di ETF geografici offre più controllo, ma richiede maggiore gestione.
Quanto pesa il mercato USA in un ETF globale?
Ad oggi (Settembre 2025), oltre il 60%. Questo comporta un’esposizione molto forte agli Stati Uniti e alle big tech americane.
Qual è il rischio di investire troppo negli Stati Uniti?
Un’eccessiva concentrazione sia geografica che settoriale, unita a valutazioni elevate rispetto alla media storica.
L’home bias è sempre un errore?
Non necessariamente. Un minimo di home bias può ridurre la volatilità grazie all’esposizione alla valuta locale.
Quanto incidono le commissioni sugli ETF?
Generalmente poco, soprattutto se si scelgono ETF con TER bassi (0,07–0,20%). Tuttavia, più ETF si utilizzano, maggiori possono essere i costi di negoziazione.
Cosa significa “forward P/E”?
È il rapporto tra il prezzo attuale di un indice e gli utili attesi nei prossimi 12 mesi. Indica quanto “cara” è una borsa in base alle aspettative di profitto futuro.
Investire nei mercati emergenti è troppo rischioso?
Gli emergenti hanno più volatilità, ma offrono anche maggiori prospettive di crescita. Inserirli in piccola parte in un portafoglio può aumentare la diversificazione.
Conviene coprire il rischio cambio sugli ETF in dollari?
Dipende. L’hedging elimina il rischio valutario, ma riduce anche la diversificazione. Nel lungo periodo, la diversificazione valutaria può essere un vantaggio.