6 ETF Essenziali per un Portafoglio Azionario (Parte 2)

Investire in ETF fattoriali
Indice

Nella prima parte dell’articolo 6 ETF Essenziali per un Portafoglio Azionario abbiamo visto come costruire un portafoglio azionario partendo dagli ETF market cap weighted, cioè quelli che replicano gli indici mondiali in base alla capitalizzazione di mercato. È stato un primo passo fondamentale, perché questi strumenti rappresentano la base di ogni strategia di investimento globale.

In questa seconda parte facciamo un passo avanti ed esploriamo un tema che incuriosisce molti investitori: il factor investing. Non si tratta più di comprare “il mercato” nella sua interezza, ma di selezionare titoli in base a caratteristiche specifiche che, secondo la ricerca accademica, hanno portato nel tempo a rendimenti superiori.

L’obiettivo è capire perché alcuni ETF fattoriali possono essere utili, come funzionano realmente e come integrarli in un portafoglio già diversificato.

Cos’è il Factor Investing

Il factor investing nasce dalla teoria dell’asset pricing e si è sviluppato grazie ai modelli di Fama e French, che hanno introdotto variabili oltre al classico rischio di mercato per spiegare le differenze nei rendimenti delle azioni.

I fattori più noti sono:

  • Value: società “a sconto”, con prezzi bassi rispetto ai fondamentali.

     

  • Size: le small cap, cioè aziende di dimensioni ridotte, che hanno storicamente offerto premi al rischio.

     

  • Quality: aziende solide, con utili stabili e bilanci robusti.

     

  • Momentum: titoli che hanno performato bene di recente e tendono a mantenere il trend.

     

  • Low Volatility: azioni meno volatili, con andamenti più stabili nel tempo.

     

Gli ETF fattoriali cercano di replicare queste esposizioni, offrendo agli investitori la possibilità di aggiungere strategie mirate senza doversi avventurare nella selezione diretta dei titoli.

Investire in ETF fattoriali

ETF 1: JP Morgan Global Equity Multifactor

Il primo strumento che merita attenzione è un ETF multifattoriale che combina tre tra i fattori più studiati e riconosciuti: value, quality e momentum.

L’algoritmo seleziona titoli con valutazioni interessanti rispetto ai fondamentali, bilanci solidi e una dinamica di prezzo positiva. In questo modo, invece di puntare tutto su un solo fattore – che può vivere fasi di mercato sfavorevoli anche per anni – l’ETF distribuisce l’esposizione su più fronti.

Questo approccio è prezioso perché offre una diversificazione interna: quando un fattore rallenta, un altro può compensare, riducendo la volatilità complessiva del portafoglio.

Le analisi statistiche confermano che l’ETF non si limita a dichiarare queste caratteristiche, ma presenta davvero correlazioni positive e significative con i fattori value e quality. Momentum ha un peso più contenuto, ma la presenza combinata degli altri fattori rafforza la coerenza dello strumento.

Per chi vuole avvicinarsi al factor investing senza complicarsi troppo, questo ETF è un ottimo punto di partenza: semplice, diversificato e con un approccio bilanciato.

ETF 2: MSCI USA Small Cap Value Weighted

Il secondo ETF porta l’attenzione sulle small cap americane, ma con un filtro value. Non tutte le small cap infatti garantiscono rendimenti superiori: molte sono aziende fragili o con utili irregolari.

L’indice sottostante, invece, seleziona le società sulla base di parametri fondamentali – come utili, flussi di cassa e rapporto prezzo/valore contabile – per individuare quelle sottovalutate ma solide.

Il risultato è un’esposizione combinata a due fattori storicamente premianti: size e value. Numerosi studi hanno mostrato come queste caratteristiche abbiano contribuito a performance migliori rispetto alle sole large cap, soprattutto in un’ottica di lungo periodo.

Rispetto agli ETF globali dominati da colossi tecnologici, questo strumento offre un’importante diversificazione, aggiungendo una fetta di mercato spesso trascurata. È vero che le small cap sono più volatili e reagiscono in maniera amplificata ai cicli economici, ma proprio questa natura ciclica può tradursi in un extra-rendimento atteso nel tempo.

ETF 3: Momentum

Il terzo ETF segue la logica del momentum, cioè investe nelle azioni che hanno registrato le migliori performance negli ultimi 6-12 mesi. È una strategia che può sembrare controintuitiva – “comprare quello che è già salito” – ma che ha basi teoriche solide nella finanza comportamentale.

Due le spiegazioni principali:

  • il mercato assimila le informazioni lentamente, per cui un titolo che inizia a salire perché i fondamentali migliorano tende a proseguire la corsa per diversi mesi;

  • l’effetto gregge spinge gli investitori a comprare i titoli che stanno già performando bene, alimentando ulteriormente il trend.

Negli ultimi dieci anni, il momentum è stato dominato dalle grandi aziende tecnologiche, riducendo l’esposizione alle small cap. Questo è un limite da considerare, perché significa avere un portafoglio più concentrato.

Tuttavia, inserito insieme a ETF value o small cap, il momentum diventa un complemento prezioso: spesso i suoi cicli sono opposti a quelli del value, e la bassa correlazione reciproca li rende strumenti che si bilanciano a vicenda.

ETF 4: MSCI World Minimum Volatility

All’estremo opposto rispetto al momentum troviamo l’ETF Minimum Volatility, progettato per privilegiare titoli con oscillazioni ridotte e bilanci più prevedibili. Qui l’obiettivo non è massimizzare il rendimento, ma contenere la volatilità complessiva del portafoglio senza rinunciare al mercato azionario.

Le analisi mostrano che questo ETF è esposto positivamente ai fattori quality e low volatility, e che la sua correlazione con il mercato è più bassa (0,75 contro 1 degli indici tradizionali). Significa che si muove meno violentemente nei rialzi e soprattutto nei ribassi.

In altre parole, se il momentum rappresenta la spinta più aggressiva e ciclica, il minimum volatility agisce come un cuscinetto di stabilità, utile per chi vuole rimanere investito ma con maggiore protezione nei momenti turbolenti.

Factor Investing: come integrarli nel portafoglio

Questi quattro ETF non vanno visti come un sostituto del cuore del portafoglio, che resta basato sugli ETF globali per capitalizzazione. Sono piuttosto strumenti di personalizzazione, che permettono di aggiungere esposizioni mirate a determinati fattori di rischio.

Un approccio equilibrato può essere:

  • partire da un ETF globale come base solida;

  • aggiungere uno o più ETF fattoriali per bilanciare cicli di mercato diversi e aumentare la diversificazione.

Ad esempio, value e momentum si alternano spesso nei cicli di performance e hanno bassa correlazione reciproca, quindi integrandoli si riduce il rischio di restare scoperti in una fase sfavorevole. Le small cap aggiungono potenziale rendimento, mentre il minimum volatility attenua la volatilità complessiva.

Il risultato è un portafoglio non solo più diversificato, ma anche più resiliente ai cambiamenti di scenario.

Conclusione

Il factor investing è uno strumento potente per chi desidera andare oltre l’investimento passivo puro. Non è una strategia priva di rischi: i fattori attraversano cicli lunghi e non sempre premiano nell’immediato. Tuttavia, nel tempo, hanno mostrato la capacità di generare valore aggiunto e di rendere i portafogli più bilanciati.

Per l’investitore che ha già costruito un solido zoccolo di ETF globali, integrare esposizioni fattoriali può essere il passo successivo verso una gestione più consapevole, flessibile e personalizzata.

FAQ sugli ETF Fattoriali e sulla Gestione del Portafoglio

Gli ETF tradizionali replicano indici pesati per capitalizzazione; quelli fattoriali selezionano i titoli in base a criteri specifici come value, momentum o quality.

Dipende dal fattore: momentum e small cap sono più volatili, mentre minimum volatility riduce il rischio complessivo.

In generale la mia considerazione è quella di utilizzare i fattoriali per integrare, non per sostituire, l’esposizione globale di base.

Possono volerci anni: i premi al rischio sono ciclici e si manifestano spesso su orizzonti lunghi (5-10 anni).

In media sì, ma i costi restano contenuti e di solito giustificati dal beneficio di diversificazione.

Il multifattoriale è più semplice da gestire; i monofattoriali permettono più controllo e personalizzazione.

Assolutamente sì: i due fattori si alternano spesso e la loro bassa correlazione li rende complementari.

Non sempre: spesso hanno ottenuto performance simili al mercato, ma con oscillazioni decisamente più contenute.

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Davide Ravera
Ciao! Sono Davide Ravera, autore di questo articolo, consulente finanziario indipendente iscritto all’Albo OCF e Chartered Financial Analyst®. Come consulente autonomo lavoro nell’esclusivo interesse dei miei clienti, affiancandoli nella gestione degli investimenti e nelle scelte finanziarie più importanti. Se desideri iniziare un percorso di consulenza con me, puoi prenotare qui sotto la tua prima chiamata gratuita.
Andrea Bussoletti Consulente Finanziario Indipendente Futura SCF

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