Se hai superato i 50 anni e stai investendo per la pensione o per il futuro della tua famiglia, probabilmente ti sei posto almeno una volta questa domanda: cosa succede se i mercati crollano proprio quando mi servono i soldi?
È una preoccupazione comprensibile. Dopo anni di risparmi e investimenti, l’idea di vedere il proprio patrimonio ridursi improvvisamente può essere fonte di grande stress. Tuttavia, il rischio che la maggior parte degli investitori teme non sempre coincide con quello realmente più pericoloso.
In questo articolo analizzeremo cosa ci insegna la storia dei mercati finanziari, perché alcune regole molto diffuse potrebbero essere fuorvianti e quale approccio può aiutare a gestire il patrimonio in modo più efficace dopo i 50 anni.
I crolli di mercato sono davvero così frequenti?
Quando si parla di investimenti, i crolli di mercato attirano sempre l’attenzione. Le notizie negative finiscono in prima pagina, vengono commentate per settimane e tendono a rimanere impresse nella memoria degli investitori molto più dei periodi di crescita.
Questa percezione può però portarci a sovrastimare la frequenza e la gravità degli eventi negativi. Osservando l’andamento dello S&P 500 dal 1928 a oggi emerge un dato interessante: i bear market, cioè le fasi di ribasso superiori al 20%, sono stati numerosi, ma altrettanto numerosi sono stati i periodi di crescita.
Nel complesso, il mercato azionario statunitense è rimasto in territorio positivo per circa il 78% del tempo. Questo significa che i periodi di rialzo sono stati nettamente predominanti rispetto alle fasi di ribasso. Il vero problema non è tanto la profondità del ribasso quanto la sua durata.
Il crollo del Covid nel 2020 ha visto una perdita superiore al 30%, ma il recupero è arrivato in pochi mesi. Situazioni come la crisi finanziaria del 2008 o la bolla tecnologica dei primi anni 2000 sono state invece molto più dolorose, richiedendo diversi anni per tornare ai livelli precedenti.
Per chi si avvicina alla pensione, il fattore tempo diventa quindi cruciale.
Perché i mercati continuano a crescere nel lungo periodo
Se i crolli esistono e possono essere anche molto pesanti, come è possibile che l’azionario abbia prodotto rendimenti così elevati nel corso della storia?
La risposta si trova nella diversa durata delle fasi di mercato.In media, un bear market dura meno di un anno e porta a ribassi significativi. I bull market, invece, tendono a durare molto più a lungo e a generare guadagni ben superiori alle perdite subite nelle fasi negative.
Questo squilibrio rappresenta il vero motore della crescita di lungo periodo.
Il problema non è quindi la presenza dei crolli, ma il comportamento dell’investitore durante questi eventi. Quando i mercati scendono, molti investitori decidono di vendere per proteggersi da ulteriori perdite. Nella maggior parte dei casi, però, questa scelta trasforma una perdita temporanea in una perdita definitiva.
Chi vende durante il crollo spesso rientra sul mercato solo dopo la ripresa, perdendo proprio la fase che genera gran parte dei rendimenti futuri.

Il vero insegnamento della storia: diversificare
Un altro errore frequente consiste nel confondere l’andamento di un singolo mercato con quello dell’azionario globale.
L’Italia, ad esempio, ha registrato risultati molto deludenti dopo il 2000. Questo non significa che le azioni non funzionino, ma piuttosto che concentrare il patrimonio su un solo Paese può essere rischioso. Lo stesso principio vale per chi concentra tutto il patrimonio sugli Stati Uniti, come approfondisco nell’articolo sui motivi per cui può essere rischioso investire solo in azioni americane.
Analizzando oltre un secolo di dati provenienti da numerosi mercati sviluppati emerge una conclusione chiara: nel lungo periodo le azioni hanno storicamente battuto sia le obbligazioni sia l’inflazione.
Questo non significa che l’azionario sia privo di rischi, ma evidenzia come rappresenti uno degli strumenti più efficaci per preservare e accrescere il potere d’acquisto nel tempo.
La regola “100 meno l’età” è davvero corretta?
Per decenni una delle regole più popolari della pianificazione finanziaria è stata quella di ridurre progressivamente la quota azionaria con l’avanzare dell’età.
Secondo questa logica, una persona di 60 anni dovrebbe detenere circa il 40% di azioni e il restante 60% in obbligazioni.
Sebbene intuitiva, questa regola presenta diversi limiti. L’allocazione del portafoglio dovrebbe dipendere principalmente dagli obiettivi e dall’orizzonte temporale, non dalla semplice età anagrafica.
Due persone di 65 anni possono avere esigenze completamente diverse. Una potrebbe aver bisogno di utilizzare il patrimonio entro pochi anni, mentre l’altra potrebbe voler lasciare una parte significativa della ricchezza ai propri figli o nipoti.
In questi casi le scelte di investimento possono essere radicalmente differenti. Diversi studi hanno messo in discussione l’idea di ridurre costantemente l’esposizione azionaria con l’età.
Alcune ricerche mostrano che, durante il pensionamento, una strategia che prevede una quota azionaria inizialmente più contenuta e successivamente crescente potrebbe migliorare la sostenibilità del patrimonio rispetto a una riduzione continua del rischio.
L’aspetto importante è comprendere che non esiste una formula valida per tutti.
Il Goal Based Investing: investire in base agli obiettivi
Uno degli approcci più efficaci consiste nel suddividere il patrimonio in base agli obiettivi. Questo metodo viene spesso definito Goal Based Investing.
Il capitale destinato a una spesa prevista tra pochi anni dovrebbe essere investito in modo diverso rispetto a quello destinato a finanziare esigenze future molto lontane nel tempo.
I soldi che serviranno tra due o tre anni richiedono una maggiore stabilità. Al contrario, il capitale che verrà probabilmente trasmesso alle generazioni successive può avere un orizzonte temporale di decenni e tollerare una maggiore esposizione azionaria.
Questo approccio consente di costruire portafogli più coerenti con le reali esigenze dell’investitore.
Il rischio più grande non è il crollo di mercato
Quando si parla di investimenti, si tende spesso a identificare il rischio con la volatilità. In realtà esistono rischi molto più pericolosi.
Il consulente e autore William Bernstein distingue tra due tipologie di rischio.
- Il primo è il rischio temporaneo, cioè la possibilità che il portafoglio subisca forti oscillazioni nel breve periodo.
- Il secondo è il rischio permanente, ovvero la perdita definitiva del potere d’acquisto causata da inflazione, errori di investimento o strategie troppo conservative.
Per molti investitori vicini alla pensione, è proprio quest’ultimo il rischio più sottovalutato.
L’inflazione può essere più pericolosa di un bear market
Un crollo di mercato può essere recuperato nel tempo. Una perdita costante di potere d’acquisto, invece, può compromettere in modo duraturo la sostenibilità finanziaria di una famiglia.
Per questo motivo costruire un portafoglio esclusivamente basato su strumenti conservativi potrebbe non essere sempre la scelta migliore. In alcuni casi, infatti, investire solo in azioni durante la pensione può contribuire a contrastare il rischio di erosione del patrimonio nel lungo periodo.
Dopo i 50 anni il nemico principale potresti essere tu
L’ultimo elemento da considerare riguarda il comportamento dell’investitore.
Molte delle perdite che si verificano nei portafogli non derivano dai mercati, ma dalle decisioni prese nei momenti di maggiore stress emotivo.
L’avversione alle perdite
Gli studi di finanza comportamentale mostrano che una perdita genera un dolore psicologico molto più intenso rispetto alla soddisfazione prodotta da un guadagno equivalente.
Questo porta molti investitori a vendere durante le fasi negative, spesso nel momento peggiore possibile.
Come cambia il processo decisionale con l’età
Alcune ricerche hanno osservato che la capacità di prendere decisioni finanziarie tende a migliorare fino a circa 50 anni per poi diminuire gradualmente.
Non significa che le persone anziane prendano necessariamente decisioni peggiori, ma che il modo in cui vengono percepiti rischio e ricompensa può cambiare nel tempo.
Per questo motivo diventa ancora più importante avere una strategia chiara e seguirla con disciplina, soprattutto nei momenti di maggiore volatilità.
Conclusioni
La paura di un crollo di mercato dopo i 50 anni è comprensibile, ma spesso non rappresenta il rischio più grande.
La storia dimostra che i mercati attraversano inevitabilmente periodi difficili, ma evidenzia anche come le fasi di crescita abbiano sempre occupato la maggior parte del tempo. Il vero pericolo non è necessariamente il ribasso temporaneo dei mercati, bensì l’inflazione, una strategia incoerente con i propri obiettivi o decisioni impulsive prese sotto pressione.
Più che chiedersi come evitare ogni possibile crollo, può essere più utile domandarsi se il proprio portafoglio è realmente costruito per sostenere gli obiettivi che si vogliono raggiungere.
FAQ
Sì. È una delle preoccupazioni più comuni tra gli investitori che si avvicinano alla pensione. Tuttavia, la storia mostra che i crolli fanno parte del normale funzionamento dei mercati e non necessariamente compromettono gli obiettivi di lungo periodo.
Non sempre. La scelta dovrebbe dipendere dagli obiettivi e dall’orizzonte temporale del capitale investito, non esclusivamente dall’età anagrafica.
Oltre alla volatilità dei mercati, uno dei rischi più importanti è la perdita del potere d’acquisto causata dall’inflazione e da un portafoglio troppo conservativo.
Le obbligazioni tendono a essere meno volatili nel breve periodo, ma non sono prive di rischi. Sul lungo termine potrebbero non offrire rendimenti sufficienti a proteggere il patrimonio dall’inflazione.