Investire in ETF è oggi una delle scelte più popolari tra chi cerca strumenti semplici, trasparenti e a basso costo. Tuttavia, non tutti gli ETF sono costruiti per portare valore reale nel tempo. Negli ultimi anni il mercato si è riempito di prodotti complessi o “di moda”, nati più per essere venduti che per generare rendimento. E spesso, proprio chi pensa di investire in modo efficiente finisce per accumulare strumenti ridondanti, costosi e poco coerenti con i propri obiettivi.
Capire quali ETF evitare (e perché) è il primo passo per migliorare le proprie scelte d’investimento. In questo articolo analizziamo le sette categorie più rischiose, con esempi pratici e indicazioni su come costruire alternative più solide.
ETF tematici: la trappola delle mode del momento
Gli ETF tematici puntano su trend popolari — intelligenza artificiale, energie rinnovabili, metaverso, cloud computing, robotica — ma nella maggior parte dei casi arrivano sul mercato quando il tema è già prezzato. Gli investitori vengono attratti da performance passate eccezionali, ma i guadagni più rilevanti sono spesso già alle spalle.
Dati storici mostrano che nei primi tre anni dal lancio, molti ETF tematici registrano rendimenti inferiori al benchmark e un alfa negativo costante. Inoltre, più della metà viene chiusa o fusa entro pochi anni. Gli emittenti li utilizzano per capitalizzare sull’interesse mediatico e applicano commissioni più alte (0,6-0,8%) rispetto agli ETF core tradizionali (0,1-0,2%).
Non è necessario eliminarli del tutto, ma è bene considerarli come satellite del portafoglio, non come pilastro. Meglio orientarsi su ETF multifattoriali o small cap diversificate, capaci di intercettare la crescita futura in modo più razionale e sostenibile.
Se vuoi capire come valutare la solidità di un ETF e distinguere le scelte valide da quelle di tendenza, puoi leggere anche questa guida su come scegliere ETF efficienti.
ETF a leva: quando la matematica non gioca a tuo favore
Gli ETF a leva moltiplicano i movimenti giornalieri dell’indice sottostante: +2x, +3x, o anche di più. Sulla carta sembrano uno strumento per accelerare i profitti, ma in realtà amplificano la volatilità e creano distorsioni di rendimento dovute all’effetto composto.
Facciamo un esempio: se un indice guadagna il 5% e poi perde il 5%, il capitale scende da 100 a 99,75. Con leva 2, il guadagno diventa +10% e la perdita -10%, e il capitale finale scende a 99. Nel tempo, queste piccole differenze si accumulano e producono una sottoperformance significativa rispetto al rendimento teorico.
Dopo dieci anni, un ETF con leva 2 può rendere solo 1,4 volte l’indice pur assumendo una volatilità doppia. In fasi di mercato instabili, i tempi di recupero si allungano e il rischio di perdita permanente aumenta. Per questo gli ETF a leva vanno usati solo per operazioni tattiche e di breve periodo, mai come investimento core di lungo termine.
Per approfondire come gestire in modo efficace il rischio e la volatilità del portafoglio, puoi leggere anche questo articolo dedicato alle principali strategie di investimento.
ETF a gestione attiva: più costi, stessi risultati
Gli ETF a gestione attiva promettono di battere il mercato selezionando titoli in modo dinamico, ma nella maggior parte dei casi falliscono l’obiettivo. Il motivo è duplice: da un lato i costi di gestione più elevati, dall’altro la difficoltà di mantenere una strategia coerente e replicabile nel tempo.
Negli ultimi anni alcuni emittenti hanno lanciato ETF attivi con approccio quantitativo o fattoriale, ottenendo risultati discreti su segmenti specifici (come le small cap globali value). Un caso citato spesso è l’Avantis Global Small Cap Value ETF, che offre una diversificazione ampia e costi contenuti rispetto a fondi simili. Tuttavia, questi esempi restano eccezioni, non la regola.
Per la maggior parte degli investitori, la soluzione più efficiente resta quella di puntare su ETF passivi a basso costo, coerenti con una strategia di lungo periodo e una pianificazione ben definita.
ETF covered call: protezione apparente, rendimento limitato
Gli ETF covered call combinano la replica di un indice azionario con la vendita di opzioni call, generando un flusso di premi costanti. A prima vista sembrano offrire stabilità e protezione nei ribassi, ma in realtà tagliano i profitti nei rialzi e non proteggono davvero quando i mercati scendono.
Quando il mercato cresce, le call vendute limitano il potenziale di guadagno. Quando scende, i premi incassati sono troppo piccoli per compensare le perdite del sottostante. Risultato: il rendimento medio si riduce, mentre la volatilità “cattiva” — quella dei ribassi — resta presente.
Si tratta di strategie che possono funzionare in mercati laterali, ma che nel lungo periodo tendono a sottoperformare. Per un investitore orientato alla crescita, rappresentano un ostacolo più che una protezione.
ETF a distribuzione: una rendita che costa cara
Gli ETF a distribuzione piacciono perché pagano cedole e dividendi regolari. Tuttavia, sotto il profilo fiscale, sono meno vantaggiosi rispetto agli ETF ad accumulazione. Ogni distribuzione comporta una tassazione immediata, riducendo il capitale investito e quindi la crescita composta nel tempo.
Con un ETF ad accumulazione, invece, i dividendi vengono reinvestiti automaticamente e tassati solo al momento del disinvestimento. Questo permette di beneficiare di una maggiore efficienza fiscale e di un capitale finale superiore. A parità di rendimento lordo, la differenza dopo 20 o 30 anni può essere significativa: anche un +10-15% in favore dell’accumulazione.
Chi desidera una rendita può ottenerla comunque prelevando periodicamente una parte del capitale, senza subire l’impatto fiscale immediato delle distribuzioni. Per approfondire questo tema, puoi leggere come costruire una rendita efficiente con ETF ad accumulazione.
ETF poco liquidi: quando la dimensione non basta
Molti investitori credono che un ETF grande sia automaticamente liquido, ma non è sempre vero. La liquidità di un ETF dipende dalla liquidità dei titoli sottostanti: se l’indice replica strumenti poco scambiati, anche l’ETF risulterà meno efficiente, soprattutto nei momenti di stress del mercato.
Gli Authorized Participants (grandi banche o broker) si occupano di creare e riscattare le quote dell’ETF, mantenendo il prezzo allineato al suo valore patrimoniale netto (NAV). Tuttavia, se il sottostante è illiquido, questo meccanismo si indebolisce, e lo spread denaro-lettera può allargarsi, rendendo più costoso comprare o vendere.
In situazioni di crisi, questa scarsa liquidità può accentuare le perdite o bloccare temporaneamente le negoziazioni. Per ridurre il rischio, controlla sempre i volumi medi di scambio e la liquidità dell’indice di riferimento. Ne ho parlato più nel dettaglio in questo approfondimento sulla liquidità degli ETF.
ETF di piccola dimensione: il rischio del delisting
Gli ETF con bassa raccolta di capitale (solitamente sotto i 50 milioni di euro) sono più esposti al rischio di delisting, cioè alla chiusura anticipata da parte dell’emittente.
In questo caso, l’investitore riceve il rimborso delle proprie quote, ma anticipa la tassazione sulle plusvalenze, riducendo così il capitale reinvestibile.
Inoltre, se l’indice replicato è “di nicchia”, potrebbe non esserci un ETF alternativo con la stessa esposizione, costringendo a rivedere completamente la strategia. Per minimizzare il rischio, privilegia ETF con patrimoni consistenti e una storia di almeno 2-3 anni. La diversificazione resta comunque la miglior difesa: un ETF di piccola dimensione inserito in un portafoglio ampio ha un impatto trascurabile anche in caso di chiusura.
Conclusione: la semplicità vince sempre
Gli ETF sono strumenti straordinari per costruire un portafoglio solido, ma la semplicità è la vera forza dell’investitore consapevole. Evitare prodotti inutilmente complessi, poco liquidi o modaioli significa concentrarsi su ciò che davvero genera valore: diversificazione, basso costo e coerenza con gli obiettivi di lungo periodo.
L’errore più comune è confondere la novità con l’efficienza. Gli ETF tematici, a leva o con strategie “ingegnerizzate” promettono guadagni rapidi, ma nella realtà si traducono spesso in risultati deludenti.
Chi vuole costruire un patrimonio solido dovrebbe invece focalizzarsi su ETF ampi, globali, a replica passiva, integrati in una pianificazione finanziaria personale che tenga conto del rischio, dell’orizzonte temporale e della fiscalità.
Un buon punto di partenza è imparare a costruire un portafoglio con ETF ben bilanciati, come spiegato nella guida dedicata su come costruire un portafoglio di investimento efficace.
E se desideri un supporto professionale per impostare una strategia personalizzata, puoi scoprire la consulenza indipendente di Futura SCF: un servizio trasparente, senza conflitti d’interesse, basato su evidenze di mercato e orientato al tuo benessere finanziario.
FAQ – Domande frequenti sugli ETF da evitare
No, ma vanno usati con cautela. Hanno senso solo come piccola componente del portafoglio e con un’ottica di lungo periodo.
No. La leva giornaliera e la volatilità composta ne fanno strumenti da breve periodo e adatti solo a investitori esperti.
Raramente. I dati mostrano che la maggioranza non supera il benchmark dopo i costi. Le eccezioni sono poche e specifiche.
Solo in parte: riducono la volatilità buona (nei rialzi) più di quella cattiva (nei ribassi). Non proteggono realmente il portafoglio.
Quasi sempre accumulazione, per la maggiore efficienza fiscale e la possibilità di creare una “rendita fai da te”.
Controlla spread, volumi e dimensione dell’indice sottostante. Un ETF grande ma su un indice illiquido può comunque essere rischioso.
Sotto i 50 milioni di euro di AUM aumenta il rischio di chiusura. Meglio preferire prodotti solidi e diffusi.
Riceverai il rimborso al valore di mercato, ma dovrai pagare subito le imposte sulle plusvalenze maturate.