“Rendimento medio del 7% annuo, con bassa correlazione rispetto ad azioni e obbligazioni.” È una promessa che suona allettante, soprattutto per chi cerca stabilità nei portafogli di lungo periodo. Ma i Managed Futures, strategie di investimento basate su modelli quantitativi trend following, sono davvero la chiave per ottenere rendimento e protezione insieme?
Negli ultimi anni strumenti come l’ETF DBMF, lanciato nel 2019 negli Stati Uniti e oggi disponibile anche in versione UCITS in Europa, hanno reso accessibili a tutti strategie un tempo riservate ai grandi investitori istituzionali. In questa guida analizziamo come funzionano, quando possono offrire valore e perché non sono affatto privi di rischi o limiti strutturali.
Che cosa sono i Managed Futures (e perché si chiamano così)
I Managed Futures sono strategie sistematiche che investono su contratti Future legati a diverse asset class — azioni, obbligazioni, valute e materie prime — con l’obiettivo di seguire i trend di mercato. Il gestore, chiamato Commodity Trading Advisor (CTA), decide se assumere posizioni long (rialziste) o short (ribassiste) sulla base di modelli quantitativi che analizzano la direzione dei prezzi.
L’approccio è opposto a quello del classico investitore “fondamentale”: il CTA non cerca di prevedere dove andranno i mercati, ma cavalca i movimenti in atto. Se emerge un trend chiaro — ad esempio, un rialzo persistente dei tassi o una fase di debolezza delle azioni — la strategia si adatta e cerca di trarne vantaggio. È una logica puramente meccanica e reattiva, pensata per sfruttare la forza del mercato invece di contrastarla.
Questo significa che il gestore può ottenere risultati positivi sia nei periodi di crescita economica sia nelle fasi di contrazione, a patto che i trend siano forti e direzionali. Quando invece i mercati si muovono in modo laterale o troppo volatile, la strategia tende a “girare a vuoto”, generando costi e rendimenti piatti.
Perché piacciono agli investitori: il fascino della decorrelazione
Il punto di forza più citato dei Managed Futures è la loro decorrelazione strutturale dai mercati tradizionali. In diversi periodi storici la correlazione con azioni e obbligazioni è risultata vicina allo zero, a volte leggermente negativa nei confronti dell’azionario. Questo li rende un complemento efficace per ridurre la volatilità complessiva del portafoglio.
Durante le grandi crisi — dalla bolla dot-com al 2008, fino al 2020 — molte strategie Managed Futures hanno ottenuto rendimenti positivi proprio quando i mercati tradizionali crollavano. Il motivo è intuitivo: in un contesto di panico, i trend ribassisti si amplificano, e un sistema trend following può posizionarsi correttamente.
Tuttavia, questa decorrelazione non è costante né garantita. Nei lunghi periodi in cui i mercati non mostrano direzioni chiare — come tra il 2011 e il 2019 — anche i Managed Futures faticano. È per questo che la chiave di utilizzo sta nella diversificazione intelligente, non nella ricerca del rendimento immediato.
L’ETF DBMF: come replica i grandi fondi CTA
L’ETF iMGP DBi Managed Futures Strategy (DBMF) nasce per rendere accessibile la logica dei CTA in forma semplice e trasparente. Il suo funzionamento si basa su un modello statistico che analizza i rendimenti medi dei principali hedge fund trend following (raccolti nell’indice Société Générale CTA) e ricostruisce un portafoglio di future coerente con le loro posizioni aggregate.
Questo approccio consente all’ETF di replicare la “posizione media del mercato” senza copiarne i singoli fondi, con un costo di gestione annuo dello 0,75%: elevato rispetto agli ETF azionari, ma molto più basso rispetto ai fondi hedge (che spesso superano il 2% più performance fee).
Negli Stati Uniti, dal 2019, il DBMF ha ottenuto rendimenti medi intorno al 7% annuo, mantenendo una correlazione quasi nulla con azioni e bond. Tuttavia, la versione europea è ancora giovane e con masse gestite molto limitate, un aspetto che implica un rischio potenziale di delisting se non raggiungerà volumi più significativi.
Prima di scegliere il fondo giusto, vale la pena capire come selezionare un ETF adatto al proprio profilo e quali caratteristiche valutare. Ti consiglio di leggere questa guida per approfondire.
Vantaggi concreti (ma da contestualizzare)
Il primo vantaggio evidente dei Managed Futures è la diversificazione reale: si tratta di una delle poche strategie capaci di muoversi in modo indipendente dal resto del portafoglio, offrendo un ammortizzatore naturale durante le fasi di stress dei mercati. Un secondo vantaggio è la loro flessibilità: grazie alla possibilità di assumere posizioni sia long che short, possono trarre vantaggio da contesti di mercato molto diversi, inclusi quelli che penalizzano le asset class tradizionali.
Inoltre, il formato ETF armonizzato UCITS ha democratizzato l’accesso a queste strategie, garantendo trasparenza, liquidità giornaliera e una fiscalità standardizzata. È quindi possibile inserirle in un portafoglio diversificato senza dover ricorrere a strumenti complessi o a fondi chiusi riservati agli investitori professionali.
Tuttavia, come ogni investimento alternativo, anche i Managed Futures devono essere inseriti con moderazione e consapevolezza. Usarli come “copertura totale” o come sostituto delle obbligazioni può rivelarsi fuorviante: la loro efficacia dipende da quanto persistenti sono i trend e da quanto disciplinato è l’investitore nel mantenerli in portafoglio anche durante le fasi di stallo.
I principali limiti da conoscere
Come ogni strategia sofisticata, i Managed Futures presentano alcuni punti deboli che è importante comprendere prima di investirvi. Anzitutto, i costi: pur essendo più bassi dei fondi hedge, un TER dello 0,75% rimane superiore alla media degli ETF passivi. In un contesto di tassi elevati e rendimenti obbligazionari tornati interessanti, questo costo va valutato attentamente.
C’è poi il tema della volatilità: nonostante la decorrelazione, il DBMF ha registrato un massimo drawdown del 17%, un dato che mostra come non si tratti di una strategia “a rischio zero”. A ciò si aggiunge il rischio operativo: con asset under management ridotti nella versione europea, la sostenibilità nel lungo periodo resta da verificare.
Infine, il limite più strutturale è legato alla natura trend following: quando i mercati non mostrano direzioni chiare o cambiano bruscamente rotta, il modello può entrare e uscire dai trend con ritardo, generando performance altalenanti. È una strategia che funziona bene nei movimenti ampi e puliti, ma può faticare nei mercati “choppy” e imprevedibili.
Come inserirli in portafoglio (senza farsi illusioni)
I Managed Futures non vanno considerati come una fonte di rendimento “miracolosa”, ma come un tassello di decorrelazione utile a migliorare il profilo rischio/rendimento complessivo del portafoglio. Per la maggior parte degli investitori esperti, una quota compresa tra il 2% e il 5% del patrimonio può essere sufficiente per ottenere un effetto diversificante tangibile. Al di sopra di queste soglie, il beneficio tende a ridursi rispetto ai rischi aggiuntivi. Un buon punto di partenza comunque è assicurarsi di aver già definito e strutturato l’asset allocation in portafoglio prima di introdurre componenti alternative come i Managed Futures.
È importante anche definire regole chiare di ribilanciamento: periodiche (ad esempio ogni 6 o 12 mesi) oppure basate su bande di tolleranza (ribilanciando solo se la quota si discosta di un certo margine dal target). In questo modo si evita di inseguire la performance e si preserva il senso strategico dell’investimento.
Infine, va ricordato che gli ETF UCITS di questo tipo rientrano nella tassazione ordinaria del 26% sui capital gain, con possibilità di compensare minusvalenze nello zainetto fiscale. La componente fiscale, quindi, resta gestibile e coerente con un investimento a lungo termine.
Quando possono deludere (e perché non è un difetto)
Molti investitori restano delusi dai Managed Futures non perché siano strumenti inefficaci, ma perché si aspettano da loro rendimenti costanti. In realtà, la strategia vive di cicli lunghi: può accumulare risultati eccellenti in pochi anni e poi attraversare fasi di stagnazione anche per lunghi periodi.
Nei mercati laterali, i sistemi trend following generano falsi segnali e costi di transazione che erodono i profitti. Allo stesso modo, nelle inversioni improvvise (crolli seguiti da rimbalzi immediati), la lentezza intrinseca del modello può portare a perdite temporanee.
Accettare questa ciclicità è fondamentale per usarli in modo intelligente. Non sono strumenti per chi cerca guadagni immediati, ma per chi punta alla resilienza di lungo periodo del portafoglio.
Conclusione: un tassello utile, se usato con consapevolezza
In definitiva, i Managed Futures sono una componente interessante e sofisticata per chi vuole rendere il proprio portafoglio più robusto. Offrono diversificazione, decorrelazione e la possibilità di rendimenti positivi anche in fasi di mercato difficili. Ma richiedono tempo, disciplina e comprensione. Inseriti in piccola percentuale e con aspettative realistiche, possono contribuire a migliorare la stabilità complessiva del portafoglio. Considerarli come una “formula magica” per guadagnare senza rischio, invece, è il modo più rapido per rimanere delusi.
FAQ – Approfondimenti che completano il tema
I Managed Futures usano la leva finanziaria?
Sì, ma in modo controllato. L’uso dei future comporta una forma implicita di leva, tuttavia gli ETF UCITS rispettano limiti rigorosi di rischio e collateral, mantenendo un’esposizione bilanciata e monitorata.
È meglio un ETF hedgiato o non hedgiato?
La scelta dipende dal resto del portafoglio. Se la parte azionaria è già coperta dal rischio cambio, può avere senso scegliere anche qui la versione “hedged” per mantenere coerenza valutaria.
Quanto è volatile una strategia Managed Futures?
Negli ultimi anni la volatilità media è stata intorno al 10–12% annuo: più bassa di un ETF azionario globale, ma superiore a quella di un portafoglio obbligazionario.
Possono beneficiare di fasi di rialzo dei tassi?
Sì, perché i trend sui rendimenti obbligazionari e sulle valute tendono a diventare più netti, offrendo maggiori opportunità alle strategie trend following.
Si possono usare per fare market timing?
No. Sono strumenti nati per gestire il rischio nel lungo periodo, non per “indovinare” il momento giusto d’ingresso o di uscita dal mercato.
Come si collocano rispetto alle strategie “risk parity”?
La risk parity riequilibra l’esposizione al rischio tra asset class; i Managed Futures invece assumono posizioni direzionali long/short basandosi sui trend. Sono due logiche diverse ma complementari.
Quanta parte del portafoglio destinare alle strategie alternative in generale?
Per un investitore evoluto, una quota tra il 5% e il 15% dell’intero portafoglio può essere destinata a strategie alternative, includendo Managed Futures, market neutral e private credit.
Sono adatti agli investitori alle prime armi?
Meglio di no. La complessità operativa e la variabilità dei risultati li rendono strumenti più adatti a investitori esperti o a chi lavora con un consulente indipendente.